(Al)lunga vita, nipoti!

C’è sempre un dibattito in corso (e a volte anche con se stessi) il cui argomento è il modo di vivere: è meglio avere una vita molto lunga e condizionata dai pesanti acciacchi della vecchiaia oppure vivere una vita lunga il giusto ed abbandonarla quando la situazione psico-fisica si fa insostenibile?
L’ideale sarebbe poter avere una vita molto più lunga del normale senza le limitazioni dei problemi della vecchiaia; ma l’elisir di lunga (e sana) vita ancora non esiste.
O forse sì, ma è fatto di tanti piccoli e comuni ingredienti che solo la loro somma produce qualche risultato apprezzabile: movimento, alimentazione controllata, pochissimi vizi e stravizi, serenità e ottimismo ecc. ecc.
Ma anche la moderna medicina ci dà una mano, con prodotti chimici o naturali che aiutano l’organismo ad espellere le scorie, a rallentare l’ossidazione cellulare, ad integrare tessuti in degradazione ecc. ecc.
Insomma, oggi come oggi la possibilità (o più esattamente la probabilità) di allungare la propria singola vita è alla portata di quasi tutti.
Chiaramente questo non risolve il problema della morte, lo sposta solo un po’ più in là nel tempo, però è già qualcosa e, comunque, ci fa vivere meglio.

Ho iniziato il discorso sulla durata della vita perché qualche tempo fa lessi un libro di biologia evoluzionistica in cui, parlando della selezione di tramite incroci di razze e qualità animali sempre più utili all’uomo, si considerava che anche l’uomo, in quanto animale, obbediva alle stesse leggi genetiche e quindi sarebbe stato possibile “selezionare” per incroci successivi le caratteristiche fisiche più opportune.
E se una caratteristica da selezionare fosse stata la longevità?
La risposta, per niente semplice ma lineare, era la seguente: sarebbe bastato che tutta l’umanità, senza alcuna eccezione, cominciasse a decidere di fare il primo figlio a trent’anni!
Dopo un centinaio di generazioni, il limite inferiore per la nascita del primogenito avrebbe dovuto essere spostata a trentacinque anni e, dopo un altro centinaio di generazioni, spostato a quaranta … e così via.
Questo avrebbe fatto in modo che, generazione dopo generazione, sarebbero “spariti” dai geni umani tutti quelle mutazioni che, prima dei trent’anni, avrebbero provocato malattie invalidanti sia per la vita che per la riproduzione; in pratica, nel pool genico sarebbero rimasti (cioè, avrebbero avuto eredi) quei geni che permettevano vita e riproduzione da quell’età in poi.
Lo stesso tipo di selezione, ripetuto fino a raggiungere il limite minimo di fertilità (sia maschile che femminile) avrebbe alla fine alzato il limite minimo dell’età “sicura” (cioè quella in cui erano sempre più scarse le probabilità di avere malattie invalidanti) e, di conseguenza, lo avrebbe innalzato almeno fino al limite della fertilità.
Ma da quel punto in poi la selezione naturale (a parità di condizioni) avrebbe avuto come unico discriminante per il successo riproduttivo il tempo in cui tali geni erano “in circolazione” e quindi avrebbe dovuto favorire quelli che rimanevano più a lungo nella popolazione fertile.
In pratica, l’età limite per il successo riproduttivo (e di conseguenza la vita attiva) si sarebbe alzata!

Questa teoria (che, tra l’altro, produrrebbe effetti benefici solo molto dopo la nostra morte) oltre che un’etica discutibile ha un paio di punti deboli e improponibili. Il primo è che, per l’uomo, la selezione naturale quasi non esiste più: una malattia che sarebbe mortale per un animale (che quindi non avrebbe eredi), nell’uomo moderno può essere curata e questo non “irrobustisce” la razza; un cambiamento ecologico o un disastro naturale che per una specie animale può essere fonte di evoluzione, trasformazione o adattamento fisico, dall’uomo può essere annullato con la tecnologia e la specie umana potrebbe rimanere invariata.
Questo vuol dire che, pur applicando pedissequamente questa teoria, un trentenne “malato” potrebbe curarsi e sopravvivere fino alla riproduzione, annullando la selezione naturale che, proprio in quanto “naturale”, lo avrebbe fatto morire naturalmente.
L’altro punto è che, innalzando l’età in cui avere il primogenito, si aumenta la probabilità di malattie da “parto attempato”, a meno che l’evoluzione sia in grado di selezionare donne e/o coppie refrattarie al problema.

Insomma, credo che questa ipotesi rimanga nient’altro che una buona e strana teoria!
Però mi ha così intrigato che mi sta facendo ancora pensare.

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