Andiamoci piano!
Riconosco di avere tre grandi fortune nel lavoro. La prima è di lavorare, la seconda di avere il posto di lavoro lontano da casa, la terza è di avere un datore di lavoro che, per questo motivo, mette a disposizione di noi dipendenti una navetta privata.
Le ultime due fortune si sommano ed io ogni giorno ho un’ora e mezza di vita quotidiana che non devo condividere con nessuno, un tempo “mio”, sospeso e leggero, in cui posso isolarmi in quello che voglio, senza nessuna interferenza.
Alle sette del mattino i miei colleghi si siedono e dormono, l’autista mette in sottofondo un giornale radio o una musica “soft” ed io posso tirar fuori il mio libro da leggere, oppure galleggiare nella musica delle cuffiette, oppure osservare il paesaggio e l’alba, oppure posso (ed è la cosa che preferisco) farmi ipnotizzarmi nel flusso intermittente delle macchine che sorpassano in fretta nel chiaroscuro del mattino e lasciarmi trascinare dalla corrente sotterranea dei miei pensieri, da concatenazioni ed associazioni che lentamente si dipanano, senza alcuna fretta.
E’ un tempo regalato, una parentesi di lentezza nel flusso accelerato della vita.
Per carità, non è che io passi giornate frenetiche, schizzate o turbolente tipo videogioco; ho una vita normale fatta di affetti, lavoro, spostamenti, interessi … tutte cose che una normale persona con famiglia conosce benissimo e che, anche se se ne lamenta, riesce tranquillamente a gestire giorno dopo giorno, ora dopo ora ricavandone solo un po’ di stanchezza e/o stress.
Ma che bello sapere che per un po’ di tempo nessun cellulare squillerà, nessuno ti rivolgerà parola, nessuno ti ammorberà con chiacchiere senza spessore, nessuno ti chiederà nulla e tu non sei obbligato ad iniziare una educata conversazione, ed in più c’è qualcun altro che si occupa e preoccupa del traffico!
Di questo “deserto dell’anima”, regalo quotidiano della distanza, ho sempre bisogno: nel cinematografo della memoria riemergono ricordi da assaporare, fotogrammi di situazioni da analizzare, considerazioni sul mio presente, proiezioni dei desideri e delle paure, commozione di affetti persi o guadagnati; in quel silenzio ovattato si diluiscono le preoccupazioni, appaiono nuove luci tra le ombre dell’anima, si dissolvono tensioni con me stesso.
Ma se avessi troppo tempo, se potessi rimanere troppo a lungo in questo mio mondo chiuso e distaccato, forse ne diventerei schiavo: è confortevole cadere e rimanere in questo circolo vizioso puntato su se stessi, se ne ricava una auto-commozione che rasenta l’auto-commiserazione e la sensazione di essere “diversi” ed incompresi, una sorta di corazza soffice e vischiosa che imprigiona dolcemente. Ma questa è una discesa che porterebbe chiunque sul lettino dello psicanalista!
Fortunatamente arrivo in ufficio, sbatto un po’ gli occhi quando si ferma il motore e la vita (quella vera!) ricomincia al di là del sibilo delle porte che si aprono!
Ed ogni giorno ricomincio a vivere un po’ più sereno, perché ho scoperto che muoversi con lentezza e a “piccole dosi” è l’unguento che anestetizza la fretta di fare, di esserci, di ottenere.
Ma ho scoperto soprattutto che non mi importa tanto dove sto andando, o dove la vita mi sta conducendo, quanto arrivarci col tempo di capirlo!
La citazione per questo intervento è :
RispondiEliminaNon importa la meta, ma il viaggio.
Azzeccatissima soprattutto perché, la meta è l'ufficio! XD