Privati della privacy
Ogni luogo (e modo) in cui si vive ha sempre qualcosa che non ci piace e che ci fa illudere dell’esistenza di posto (e modo) migliore e perfetto.
Chi vive in città si lamenta del traffico, del caos, della sporcizia, dei lavavetri al semaforo e delle code agli uffici, dello smog e della promiscuità; il cittadino dice sempre, sospirando, “Beato te…” quando discute con chi vive in provincia, invidiandone l’aria pulita, il silenzio, la solidarietà, l’ambiente “naturale” e tutte le altre cose a misura d’uomo.
Chi vive in provincia invece, sempre si lamenta dei pettegolezzi, della noia, delle distanze, degli insetti, del troppo meteorico (troppa pioggia, troppo sole, troppa nebbia ecc. ecc.) invidiando con un sospiro il cittadino per gli stimoli, per le luci, per l’allegria, per le comodità.
Questo è un normale aspetto della naturale insoddisfazione umana, forte elemento motore sia della civiltà che dell’inciviltà, del progresso e dell’ignoranza.
Argomento costante in queste lamentele abitative è la mancanza di privacy nelle piccole comunità: per chi vive in paese, il fatto di essere sempre e comunque “parlati”, di sapere la propria vita sulla bocca di tutti, di essere osservati, valutati e giudicati come se si abitasse una vetrina sulla strada principale, genera un’insofferenza strisciante che quasi annulla la parte piacevolmente confortevole, umana ed a misura d’uomo, tipica della raccolta vita “comunitaria”. Ma soprattutto per i giovani, più sensibili a questo disagio, è difficile tollerare questa invisibile rete di chiacchiere, curiosità e giudizi; contro questa involontaria pubblicità, tutti sognano di abitare finalmente in un caotico ed indifferente codominio, in cui finalmente le parole sono solo rumore di fondo, ci si saluta appena e non si è costretti a vivere, apparire ed agire sotto la spada del “Cosa potrebbe dire la gente di quello che faccio?”
Condivido in parte questo piacere nella ricerca dell’invisibilità, ma noto con una punta di preoccupazione che oggigiorno la difesa dell’intimità sta andando invece in tutt’altra direzione.
Contrariamente agli ex-ragazzi della mia generazione, che avevano a disposizione pochi e statici “media”, i ragazzi di oggi letteralmente annegano in un mare di visibilità reciproca, facilitata da inseparabili apparecchi ipertecnologici; essi fanno di tutto per allargare ben oltre l’orizzonte del guardarsi negli occhi le onde della loro presenza virtuale, parlando, scrivendo, fotografando senza ritegno di sé con chiunque sia “connesso”.
Per entrare in una rete “social” bisogna descrivere il proprio “status”, le proprie convinzioni, le proprie scelte; si possono diffondere proprie foto ed il proprio “tag” di posizione, si può far sapere a tutti dove si è e con chi si sta, si rendono pubblici i filmati delle proprie bravate (spesso a sfondo violento e/o sessuale); al limite ci si fidanza o si divorzia in base a quello che si dice (o si inventa) in internet. Insomma, oggi l’appagamento sociale è trovarsi e nel farsi ritrovare sempre e comunque in una moltitudine di “avatar”, in un continuo film con migliaia di comparse virtuali di cui conosciamo solo la parte che recitano per pochi secondi.
C’è un’orgia espositiva che è insieme bisogno di affermazione, narcisismo sociale, dimostrazione di esistenza e di “distinzione”; il risultato è un enorme frullato, indistinto e vischioso, in cui la meraviglia, l’unicità e l’importanza delle singole vite è compressa tra un “click” ed il successivo.
Ma che fine ha fatto la solitudine? Oppure tutto questo è un nuovo tipo di solitudine? E se nella (vera) solitudine si può cercare se stessi, cosa troveremo mai in questo nuovo modello di invadente ed invasata pseudo-singolarità? Sparirà la paura del giudizio altrui se gli altrui sono così numerosi che si perdono nella massa? O forse, ancora temendo il giudizio, vogliamo evitarne i colpi mimetizzandoci nel branco? E come ci comportiamo nei nostri giudizi verso gli altri? E come la mettiamo con la calunnia, che da locale venticello di poche bocche ora diventa uragano internazionale di molti schermi?
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